Hai notato che da un po’ di tempo sono tutti diventati esperti del mercato del gioco d’azzardo? In Italia abbiamo una lunga lista di tuttologi di slot, dei tavoli verdi e delle strategie di gioco più utilizzate del settore. Quello che però nessuno considera davvero è la cosiddetta ombra del disagio sociale che si sta accostando a questo tipo di intrattenimento.
Dietro alla facciata luminosa di questo fenomeno sociale, esiste un mondo fatto di insidie e preoccupazioni che io voglio portare alla luce.
Caro italiano, dimmi quanto scommetti (e ti dirò chi sei!)
Ti sei mai chiesto quanti soldi finiscono ogni anno nel circuito del gioco legale? Te lo dico io, tenendo i conti in mano: solo nel 2025 è stato registrato un record storico di spesa pari a 164-165 miliardi di euro. Già di per sé questa cifra rappresenta un dato da capogiro, ma è piuttosto allarmante se facciamo dei confronti. L’economia italiana arranca da tempo, In qualsiasi settore, ma tra un caffè e l’altro sembra non mancare mai il tempo per acquistare un Gratta e Vinci o piazzare una scommessa online. Perché è chiaro a tutti che il gambling sia capace di generare un giro di affari che non conosce crisi. Anzi, è un’industria capace di far invidia a qualsiasi colosso della Silicon Valley!
Più connessione, più accessibilità
Se i casinò sono diventati così popolari lo dobbiamo sicuramente alla forte affermazione di internet e del concetto di “qui e ora”. Prima dovevi spostarti anche solo per comprare un Gratta e vinci, ma ora puoi fare tutto dal computer o dal telefono. Metti la tua manina in tasca e accedi al gioco con o senza app.
Sei sul divano? Sei in metropolitana che torni a casa? Non importa, hai tutto ciò che cerchi in borsa o nella tasca dei tuoi pantaloni. Ma è da qui che nasce una delle moderne preoccupazioni sociali: rendendo il gioco così accessibile e affascinante, si rischia di abbassare la percezione di pericolo. E allora chi paga il “conto” alla fine delle fiera?
Le ricadute sulla società
A mio avviso stiamo assistendo a un’emergenza silenziosa che dovrebbe però allarmare. Chi gioca sul territorio italiano autorizzato può vantare massima protezione e un ambiente sano e responsabile. Ma oltre ai confini scatta il “tana libera tutti”: perché con minori controlli, la responsabilità diventa del singolo. E non sembra sempre funzionare bene!
Il gioco patologico è tornato al centro delle polemiche, perché colpisce tutti: sempre più donne, padri di famiglia e giovani universitari. Lo Stato incassa, ma al tempo stesso si trova a investire su azioni di prevenzione e tutela dell’utente. Un cane che si morde la coda!
La storia mi insegna che vietare il gioco non è servito a molto, ma costruire un buon quadro normativo (che non sembri il far west) può essere il solo modo di operare. Formare anche i più giovani è necessario per far conoscere loro questo problema sociale. E se volessero un giorno provare a giocare online, potrebbero approcciare l’attività di scommessa in modo più consapevole.
Non servono blocchi totali di pubblicità, campagne di sensibilizzazione banali e messaggi minuscoli sui siti che citano “ricorda di giocare responsabilmente”. Educare e formare il pubblico è il solo modo per proteggere tutti, comprese le fasce più vulnerabili.

